Balena a babordo: schiena soffiante, avvistata in lontananza.
Posizione: a nord del Golfo di California. Oceano mercantile, timonieri
troppo indaffarati per badare a certe apparizioni.
Balena grigia: grandi labbra rocciose, protese a prua. Una crosta di
balani sulla groppa, che si inabissa lentamente e poi riemerge. Di tutte
le auguste autorità cetacee, la più indifesa e confidente. Possenti
vertebre, che sembran reggere da sole l'intero mare inverterbrato. E
carni rosse, di ferro nutriente, di sapore equino.
Balena di ponente, balena di acqua randagia. Guidata dal sonar
misterioso della migrazione, che fa impazzire gli studiosi e attira
orche fameliche sulla sua scia, lupi di mare in branco, sangue.
Eppure, vanno. Niente le dissuade. Nulla sconforta il loro ruminare, la
bovina lentezza del loro bordeggiare placido, l'occhio alla costa e alla
mappa delle stelle, nelle notti chiare. La loro storia racconta di un
naufragio, un esodo possente culminato nella condizione più estrema di
abbandono. Balene orfane di terra, ritornate al mare. Balene che, dopo
millenni, hanno come una nostalgia di terraferma: così si
spiaggiano, per morire a casa.
Dice la leggenda che cinquantasei cetacei salutarono, a modo loro, la
dipartita di un grande artista della musica africana espatriata dalla
costa degli schiavi. Quell'alba, davanti alla sua casa, si arenarono
cinquantasei colossi: uno per ciascuno dei suoi anni.
Il pianoforte aveva pianto tutte le sincopi di Lenny Tristano, nel
teatro già esploso per Duke Ellington, e poi rapito dalla fuga
lancinante di Charlie Parker, dall'assoluta cecità di
Monk, l'epilessia della visione.
Dal fondo del mare, il muggito celeste di Dio: per chi ha fame, ma fame
davvero, e non riesce a saziarsi di altro.

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