Parlare
di selle oggi è rischioso.
Il
rischio è di scontentare qualcuno o peggio ancora
offenderlo.
Non
è questo il mio intento. Non cerco di convincere
nessuno che il mio metodo e il mio equipaggiamento
sia il migliore.
Per
me e per noi però lo è.
Tutto
ha origine nei secoli passati quando l’Italia, e
in particolare il Piemonte, era sede della più
grande scuola di equitazione in Europa. Tra la
Reggia di Venaria e, successivamente, la sede di
“Savoia Cavalleria” a Pinerolo si formò l’élite
dell’equitazione europea e mondiale.
Ma
purtroppo nel Belpaese non siamo capaci di
valorizzare ciò che abbiamo, soprattutto quando
non è di interesse popolare ma solo di una
ristretta cerchia di persone. E così il metodo
caprilliano si è diffuso e sviluppato in tutto il
nostro continente ma è rimasto fermo in Italia.
Ecco,
il metodo caprilliano che si basa sul contatto
della mano e l’azione della gamba.
Da
questo principio vorrei partire per provare a
tracciare l’identikit di una buona sella da
trekking. Viaggiare a cavallo non significa
dimenticarsi dei principi dell’equitazione
naturale. Un cavaliere completo è quello che
all’accademia praticata in maneggio unisce anche
l’esperienza fuori dal rettangolo. Le due cose
sono complementari: una non può esistere senza
l’altra.
La
sella è il mediatore tra cavallo e cavaliere. E
per questo deve poterne agevolare il continuo
dialogare. La distanza tra perineo dell’uomo e
schiena del cavallo deve quindi essere la minore
possibile e lo stesso principio vale per i
quartieri che mediano il contatto tra ginocchio e
fianco.
E’
errato pensare che la caratteristica principale di
una sella da campagna sia la comodità. E poi
comodità di chi? Ovviamente sarebbe solo del
cavaliere. Mi piace ricordare ciò che direbbe Max
Catalano a proposito di questo argomento: “la
sella è la sella, la poltrona è la poltrona”.
Una
buona sella da trekking deve agevolare il
cavaliere nel mantenere il corretto assetto nei
cambi di equilibrio dovuti alle asperità del
terreno, il tutto a vantaggio del cavallo che sarà
egli stesso più in equilibrio e meno sbilanciato,
e quindi più sicuro nel passo. Una sella
americana ad esempio non è così funzionale perché
il cavaliere si pianterebbe spesso il pomo nello
stomaco al momento di alleggerire il posteriore
del cavallo nelle salite e discese.
Una
buona sella da trekking deve anche essere leggera.
Ricordiamo che il cavallo può agevolmente
trasportare fino a un terzo del suo peso. Ma in
questo terzo del suo peso bisogna includere tutto:
sella, equipaggiamento e cavaliere.
Una
buona sella da trekking deve rispettare il
cavallo. Se il cavallo si ferma anche il cavaliere
si ferma. I cuscini devono essere imbottiti e la
loro superficie uniforme. L’arcione deve essere
di giusta misura, altezza e forma in relazione
alla forma del garrese del cavallo (a un cavallo
senza garrese facilmente la sella si girerà sulla
schiena) e della necessità del cavaliere di
mantenere l’assetto.
Un’ultima
caratteristica che deve avere una sella da
trekking è la possibilità di ancorarvi
l’equipaggiamento. Il “bagaglio” del
cavaliere, a differenza del cavaliere stesso, è
un peso morto che se non è ben fissato si muoverà
col rischio di far spostare la sella e di fiaccare
il cavallo. Per questo sono necessarie delle
campanelle (due davanti e tre dietro) munite di
lacci in maniera a mantenere al loro posto i
cilindri.
Ricordiamo
che della sella fanno parte anche le staffe (che
devono essere pesanti e di panca larga per
agevolare il cavaliere nello sfilare lo scarpone
in caso di caduta) e il sottopancia (possibilmente
fatto di materiale naturale e il più largo
possibile in modo da distribuire meglio le
sollecitazioni).
Le
caratteristiche qui elencate noi le abbiamo
trovate nella sella “italiana”, comunemente
chiamate “inglese”. Questa sella nasce, come
già detto, dalla necessità di rispettare i
principi fondamentali dell’equitazione
caprilliana anche in campagna. Qualunque sella
italiana di buona fattura è una buona sella da
trekking.
Le
caratteristiche che ricerchiamo in una sella
derivano da anni trascorsi e chilometri percorsi
sulla schiena dei nostri cavalli. Sono quindi
frutto di esperienza, sicuramente aiutata dalla
formazione e dai consigli ricevuti dagli
istruttori della “vecchia scuola” che nel
tempo ci hanno seguiti.

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