C’è chi non li ama
proprio, i muri, i tetti, le porte, i letti
comodi, i bagni con le piastrelle, le stanze, i
cassetti.
Tutte queste cose abitano
case, scuole, prigioni, alberghi e ospedali.
Esiste una minoranza di
esseri umani che fugge da tutto questo. Che ha paura di rimanere
incastrato nella comodita’. Questa gente scappa
via.
E “via” e’ sempre un
posto lontano, aperto, disabitato, selvaggio.
Li muove l’inesorabile
bisogno di spazio. Li trascina via il medesimo
istinto dei lupi, dei bisonti, dei cavalli.
Silenzio. Vento. Rocce.
Praterie. Foreste. Fiumi. Cielo.


Spesso sono costretti a
rispondere ad una domanda che non conosce
soluzione…”perche’ andare dove non vi è
nulla, lontano nella scomoda incertezza e nel
disagio, lontano dalle comodita’? “
Non si puo’ riuscire a
spiegare l’utilita’ dell’andare via.
Non esiste risposta.
Forse Rheinold Messner è
colui che vi si è avvicinato di piu’.
“…Ho inseguito per tutta
la vita, l’inutile che mi è stato
necessario…”
Quindi questi pochi
continuano ad andare. A cavallo, con
i cavalli. Per raggiungere un confine che non
esiste. Cacciatori di orizzonti, consapevoli della
magia. L’orizzonte infatti non si raggiunge mai,
continua a spostarsi davanti a te, è immortale,
selvaggio, bellissimo.
Ma nell’andare, nel
piantare la tenda ogni notte al bivacco, si
impara un pezzetto di verita’, si coltivano
contemplazione, umilta’, coraggio e
consapevolezza.
Il termine Trekking è spesso
usato a sproposito.
Non bastano poche ore dietro
la scuderia in sella ad un vecchio castrone per
proclamare l’avventura.
Si deve conoscere il bosco
nel buio della notte, mentre il tuo cavallo pesta
piano il fango del sentiero e freme nelle nari
quando l’usta dell’orso arriva piccante e
fulva a svegliare i suoi istinti. Si deve aver
vissuto la pioggia gelata di una sera disperata,
quando soltanto la bussola, il buon senso o la
fede possono permetterti di ritornare al campo
mentre i fulmini prendono a sberle le montagne e
senti nella criniera piccole scosse elettriche come
dita di folletti bianchi che pizzicano le tue
dita. E la gioia di un sorso d’acqua fresca di
sorgente quando giu’ a valle il caldo soffoca le
citta’ e voi siete li, tu e il tuo cavallo e vi
sentite eterni, forti, spacconi e a prova di
pallottola. E poi il sapore del pane e del
formaggio che un pastore generoso ti ha offerto in
cambio di quattro, preziose chiacchere e il volo
del falco nel cielo e l’impronta del cervo
laggiu’, accanto al torrente. E poi la notte
davanti ad un fuoco piccolo di legna giusta. Il
profumo della notte silenziosa, le fiamme che
illuminano a tratti i cavalli. Le stelle, quante e
che belle…lassu’ dove il mistero si fa immenso
e tu hai la sensazione di essere meno di un
filo’ d’erba storta dalla brina.


I cavalli al mattino. Salire
a pelo sul tuo, e condurre gli altri bradi, come
uno zingaro, un indiano o un brigante verso il
torrente. Ascoltare i loro sorsi sonori e perfetti
nelle parole che l’acqua mormora con le rocce e
tu alzi la testa e le foglie dei pioppi si muovono
come tante manine di fate verdi e sibilano antiche
canzoni nel primo vento del giorno.
E tornare. Dove la civilta’
attende inesorabile e tentatrice. Dove il mondo è
fatto di asfalto e cemento e luci e cinema e
centri commerciali. Tornare, questo è difficile
per quella gente li’.
Sempre piu’ difficile.
Perche’ rifiutarsi di
vivere domati e domestici è la loro maledizione,
il loro destino e l’unica religione.
La natura selvaggia. I
cavalli. Non serve altro, poiche’ questo
racchiude tutto. Poesia, bellezza, eleganza,
nobilta’, misticismo.

Sellare e andare. Andare via,
lontano.
Lo hanno fatto poeti e pazzi,
monaci e fuorilegge, esploratori ed esuli,
emigranti e pellegrini, pastori e cercatori
d’oro, uomini disperati, donne coraggiose. Anime
randagie, bisognose di altrove, affamate di
avventura.
E’ questo il sentimento che
ti fa salire in arcione all’alba, il tuo baio
lucido di pascolo e biada, il tuo coltello
affilato, la tua borraccia piena. Nessuno ti
premiera’ con coccarde e coppe. Non sarai nella
computer list dei campioni, non ci saranno
fotografi, applausi, grooms pronti a scattare.
Ma il premio ti aspetta
lassu’ al campo base.
Il premio è l’andare.
E’provare quel brivido li’.Che lo sai quando
sei libero. Senza guinzagli. Senza giurie. Senza
punteggi, penalita’, soprattutto senza tempo
limite. Sei nel naturale esistere del mondo, in
sella al tuo cavallo preferito. Sai che nessuno ti
crederebbe mai, ma quando raggiungi la vetta, col
fiume turchese e lucido a valle, il cielo blu come
l’anima di un’angelo e la foresta che respira
accanto a te…lo sai che non cambieresti questo
per le Olimpiadi.

Ed il gusto di trattenere in te questo segreto, l’aristocratico
privilegio di poterlo condividere con il tuo
cavallo ed il lusso di non conoscere la fretta
fanno di te un cavaliere, ti distinguono
dall’atleta servo della medaglia, ti innalzano
dalla plebea moltitudine di cavalcanti accecati
dalla competizione, ti proclamano Vincitore del
Campionato Mondiale della Liberta’ .

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