Il desiderio totale di uccidere è la
guerra.
La sospensione del tabù dell’omicidio
scatena l’esuberanza aggressiva, e conduce il gioco della vita nel mito
attraverso l’eccesso della festa, orgia di combinazioni che diventano atto
sacro.
L’economia di mercato basata sul
profitto, esclude, apparentemente, la violenza per convenienza economica, ma la
violenza umana e animale non è affatto
un calcolo ma conseguenza di sentimenti quali collera, desiderio, amore, paura,
quindi i divieti imposti dalla società intellettuale e civile comprendono e
implicano la loro trasgressione.
L’istinto animale dell’uomo non può
essere ridotto del tutto in funzione della convenienza, anche se la legge del
mercato tende a farli diventare cose funzionanti a spese dell’esuberanza.
La civiltà dell’uomo bianco organizza
l’efficacia dell’Esercito, togliendo ai soldati la gioia di superare i limiti
del lecito.
Il guerriero al contrario, cercava
quella gioia.
Il meccanismo dell’uomo bianco
diventa sempre più estraneo alla tragica bellezza dei sentimenti primitivi.
Nei tempi passati, quando uomini e
animali non erano separati intellettualmente, l’uccisione era sacra.
Il guerriero o il cacciatore, con la
loro azione, rompevano l’equilibrio cosmico e ne erano consapevoli.
Per ristabilirlo dovevano pregare e
purificare lo spirito, potevano così riemergere nella società; creando un
magnifico rituale dove l’uomo e l’animale si confondono in uno Spirito
superiore nel quale la morte diventa giovinezza del mondo, assicurandone il
rinnovamento.
Il prezzo è alto, è in gioco la vita,
ma l’indiano non ha la mentalità della produzione a basso costo.
L’indiano selvaggio, nella sua
mentalità primitiva, sa anche che l’eccesso si oppone alla serenità, sa che
l’eccesso non sempre è forza vitale e soprattutto sa che distrugge il piacere.
L’indiano selvaggio con il coraggio,
con il sacrificio e l’autosacrificio, forse anche praticando l’eccesso, non
perde mai di vista l’equilibrio tra guerra e pace, tra vita e morte.

“Wambli
galeshka wana nihe o who e “
Non è facile capire l’indiano cavallo, la sua vita è
disciplinata da valori diversi.
Difficile è capire l’importanza che la penna d’aquila
aveva per lui e più difficile ancora capire il motivo che ha spinto alcuni di
loro a combattere in Vietnam.
Giudicare in un senso o nell’altro è sempre troppo
semplice.
Questo quadro lo ha dipinto T.C.Cannor, ha dipinto
due camerati della sua compagnia davanti a un bicchiere di birra, lo sguardo e
le penne d’aquila.
Yellowtail racconta che un giovane Crow in Vietnam,
andò i linea con la sua penna d’aquila tra i capelli, proprio come usavano i
guerrieri nei tempi passati. Nel combattimento venne colpito da un proiettile
che rimbalzò sul suo petto dopo aver
forato l’uniforme.
Era a Kee San e la penna d’aquila lo aveva protetto.
Yellowtail è uno sciamano Crow.

T.C.
Cannon è nato il 27 settembre del 1946 a Lawton Oklahoma, sua madre era Caddo
suo padre Kiowa. Frequenta l’istituto di arte indiana di Santa Fè, fu allievo
di Allan Houser e Fritz Scholder e con loro collaborò a ridefinire l’Arte
Indiana.
Nel
1966 si arruola volontario nella 101ma Divisione Cavalleria dell’Aria, élite
paracadutista dell’Esercito degli Stati Uniti, partecipa nei corpi speciali alla
guerra del Vietnam continuando la mitica tradizione dei guerrieri delle pianure.
La
contraddizione della guerra in estremo oriente sviluppa la sua vena poetica e
quando torna nella prateria dell’Oklahoma vi si dedica completamente.
Nel
1973 ha l’onore di presentare le sue opere allo Smithsonian’s National Museum
dof American Art, fu in questa occasione che gli venne riconosciuta l’estrema
attenzione che usava mettere nel suo lavoro.
Cannon
aveva presente il valore dell’immagine, sapeva che essa è per gli Indiani
“forma spirituale” e quindi cercava di annullare la distanza che poteva avere
dalla sostanza. Cannon non si confuse mai nel mercato dell’arte, restò
intimamente guerriero indiano e scelse di non spedire le sue opere nelle
gallerie di Santa Fè. Le poche sue opere che si possono vedere sono state fatte
conoscere dalla buona fede dei suoi collaboratori.
La
morte, predetta, arriva l’8 maggio 1979 in un incidente d’auto.

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