Realizzata nel 1889 per contrastare
eventuali infiltrazioni francesi nella conca del lago Bianco o della Pattecreuse,
la caserma difensiva "Malamot" è la fortezza con
l’altitudine più elevata di tutto il complesso difensivo
del Moncenisio trovandosi a m. 2913 s.l.m.
La struttura segue la conformità rocciosa della cresta Malamot inglobandosi con
essa tramite 3 salti di murature in pietra con putrelle gettate in calcestruzzo
su 2 piani fuori terra. Le feritoie percorrono il perimetro battendo le aree
circostanti assieme a 2 caponiere che controllavano lo sviluppo delle mura.
Circa 200 uomini di presidio e 4 mitragliatrici "Gardner" facevano il
resto.
All'estremità Nord-Ovest dell'opera si sviluppa una ripida scalinata che
guadagna la vera cima del monte Malamot dove è situato l'osservatorio in
torretta metallica riparato da una
struttura in cemento realizzata
appositamente per proteggere dalla nevicate.
Verso il fronte meridionale una piazzola circolare poteva ospitare due
cannoni mantenuti all'interno che potevano incrociare il fuoco con la vecchia
postazione esterna.
Un po’ ovunque, attorno all'opera difensiva, i nomi dell'epoca assieme ai loro
gagliardetti, sono ancora incisi e leggibili dalle dure pietre che in silenzio
ricordano chi fu comandato di guardia al "Malamot".
giugno 1940.
Si sfascia la musica e devo separarmi così, non senza una stretta al cuore da
tutti i miei cari amici. Io sono destinato ad una compagnia che sta molto
lontano, la 3a compagnia cosiddetta compagnia alpina. Sono solo e
parto alla sera e arrivo il giorno successivo alle ore 2 pomeridiane. Qui sono
in mezzo alla neve, altezza 2600, la
vita qui è molto dura, fa freddo, sempre neve e tormenta, quasi mai si vede un
raggio di sole, si mangia male e non si
può avere nessuna comodità.

Stambecchi al Malamot
Come raggiungere il forte
Uno
splendido itinerario di alta montagna in un ambiente solitario e selvaggio, tra
spettacolari vedute sulla conca del Moncenisio e sui numerosi tremila che la
circondano.
La
vetta del Malamot, isolata e altamente panoramica, è raggiungibile con una
bella carrareccia militare che risale, con numerosissime svolte sorrette da
spettacolari muri a secco, il versante settentrionale delle montagna. La strada
termina in prossimità dei ruderi della grossa caserma difensiva costruita alla
fine dell’ottocento sulla cresta terminale subito sotto la cima. Lungo tutto il
percorso sono imponenti i resti di istallazioni militari campali e in caverna.

Cody
Abbiamo
dormito malissimo e nella notte una gelida nevicata porta un freddo
insopportabile. Siamo tutti intirizziti mentre la fame concorre a farci
soffrire. Durante la giornata leviamo le tende e ci portiamo nelle caserme
della G.A.F. al Giaset del Malamot, qui si sta un po' meglio, si può gustare il
rancio quasi tutti i giorni. Nel pomeriggio
viene l'ordine di partire alla volta della Francia. In poco tempo si è
raggiunto e oltrepassato la frontiera. Davanti a noi c'è l'avanguardia
costituita da un battaglione del 63o Fanteria. Scendiamo su di una
strada molto scomoda e arriviamo in val Savin che la notte è alta. Restiamo qui
tutta la notte colle armi piazzate mentre la pioggia non ci dà un istante di
tregua. L'alba ci trova tutti tremanti di freddo, bagnati al punto che abbiamo
tutti i vestiti appiccicati alla pelle. Qui troviamo i primi morti, la
pattuglia G.A.F. massacrata. Il 63o ha già dovuto affrontare un
attacco ma riesce a infiltrarsi. Nel pomeriggio partiamo anche noi facendo la
strada del piccolo Moncenisio. Camminiamo tutta la notte e nessun inconveniente
ci ferma, si sente solo nella valle più avanti il tuonare rabbioso dei cannoni
nemici. I nostri della G.A.F. Artiglieria dal Malamot rispondono ma con tiri
imprecisi mentre il nemico pratico del suo terreno batte qualunque sito.

Ricoveri
del Giaset

l'osservatorio in torretta metallica Forte
Varisello
Dallo
spiazzo la strada aggira l’altura su cui sorge il forte Varisello, la
principale opera del campo trincerato del Moncenisio, disarmata e trasformata
in caserma all’inizio del novecento.
Evitato
un bivio che scende verso la Gran Croce si svolta a sinistra al successivo
iniziando la lunga ascesa.
Dopo
poche centinaia di metri si ignora la strada proveniente dai laghi del Roterel
per iniziare una lunga serie di tornanti che fanno rapidamente prendere quota
alla carrareccia.
In
prossimità del terzo chilometro un’evidente traccia di sentiero raggiunge in
poche decine di metri la porta garitta addossata alla parete rocciosa della
batteria in caverna B2 armata con quattro cannoni da 75 mm su affusto ruotato.
Ritornati
sul percorso principale si prosegue in leggera salita affrontando una lunga
serie di tornanti fino a giungere su un ampio pianoro dove sorgono i ruderi dei
tre grandi ricoveri del Giaset costruiti nel 1889 per ospitare le numerose
truppe di guarnigione alle diverse postazioni campali dei dintorni. Raggiunto
un ultimo bivio si trascura il ramo di sinistra che conduce al lago Bianc per
salire nello sterile roccioso vallone che termina con il colletto del Malamot.In
prossimità del colle sorgono tre piccoli centri in caverna raggiungibili e
visitabili negli interni con una digressione di poche centinai di metri.
Scendendo
verso nord lungo la mulattiera per la Pattacroce si incontra, dopo pochi
minuti, l’evidente torretta metallica del centro 9, resistente ai medi calibri
e munita di quattro aperture protette da scudi ruotanti; questa cupola
corazzata pesava fino a 16 tonnellate e permetteva l’installazione di due
mitragliatrici contemporaneamente. L’opera venne costruita nella prima metà
degli anni trenta a 2700 m
di quota ed era armata con cinque mitragliatrici e servita da trenta uomini.
A
nord-ovest del colletto su di una piccola altura tondeggiante, si nota un’altra torretta metallica per mitragliatrice
fiat appartenente al centro 8, una piccola installazione con tre postazioni e
un piccolo ricovero sotterraneo in ottime condizioni.
Raggiunta
nuovamente la strada del Malamot, si prosegue in leggera salita a mezza costa
lungo lo scosceso versante nord della punta di Droset fino ad arrivare, in
venti minuti, davanti all’imponente muro con doppio ordine di feritoie della
caserma ottocentesca.
Sono di vedetta. Il sito è molto bello, bello
perché si è in montagna e la vista ha sempre qualcosa di bello da godersi.
Ecco, per esempio in questo momento nel viale che passa in basso si vedono
degli ufficiali a cavallo, vanno al trotto e si allontanano e scompaiono dietro
una curva. Solo il ruscello compiendo un'acrobatica cascata corre e lo vedi
sempre al suo posto. E gorgoglia il ruscello, chissà quante cose dirà nel suo
linguaggio, forse manda un saluto alla montagna, agli abeti che impassibili lo
guardano coi suoi rami ondeggianti, cullati dal vento. Il sole sta per
tramontare, già i suoi raggi si indeboliscono. Le nubi che sembrano posate
sulle cime coperte di neve sono baciate da questi ultimi raggi e mandano dorate
scintille, pare che ringrazino il sole che col suo benefico calore le abbaglia.
Intanto il sole è scomparso, lo si vede ancora sulle cime alte. È bastata la
sua mancanza per cambiare l'aria, è già diventata più fredda. Già l'impressione
della notte mi fa scorrere un brivido sulla pelle. Che contrasto tra il giorno
e la notte in montagna. Di giorno tutto è bello, caldo, la montagna ha belle
forme e colori: mentre di notte cambia totalmente aspetto. È tutto nero e
l'aspetto del monte è orribile, mostruoso. L'aria gelida coadiuvata dalla
nebbia umida ti batte sulla faccia facendoti intirizzire, è tutto un complesso
di elementi cattivi che ti fanno trovare il tempo smisurato. Ed io dovrò stare
qui a provare tutti questi mali. Il sole di domani sarà il premio per i disagi
passati nella notte.
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